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michelevalentino
Blog di un giornalista di provincia
15 luglio 2008
Sentenza Bavaglio - Intervista col Meet Up di Grillo


Rettifica: A causa della poca dimestichezza con le telecamere, durante l'intervista ho commesso un'imprecisione grossolana. Quando ho parlato di Ordine dei giornalisti provinciale (organo che non esiste) intendevo riferirmi a quello Regionale. Sulla carta stampata, tecnicamente, si chiamerebbe "refuso". Me ne scuso.
8 luglio 2008
Sentenza bavaglio, parla l'ex direttore
Da "La Voce del Canavese" del 7 luglio 2008
"Delle polemiche me ne infischio!"
Marco Bardesono è stato direttore di questo giornale per diversi anni. Attualmente si occupa di “cronaca nera” presso il quotidiano CronacaQui. E’ con lui che Michele Valentino condivide le due condanne a sei mesi ciascuna per la vicenda Coral – Di Stasio – Giubellini e altrettanti mesi di sospensione dalla professione quale pena accessoria.

Finora non sei intervenuto nel dibattito che si è aperto tra gli addetti ai lavori. Perchè?

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30 giugno 2008
"Il solito, grazie!"
Da "La Voce del Canavese" del 30 giugno 2008
Nuova condanna al tribunale di Biella
stesso giudice, stessa storia, stessa pena...

Questo mercoledì il giudice Claudio Passerini mi ha ri-condannato con rito abbreviato. Cioé a distanza di pochi giorni dalla sua “sentenza bavaglio” che ha provocato un acceso dibattito in tutti gli organi di categoria e addirittura un’interrogazione parlamentare, il Passerini si è ritenuto perfettamente in grado di giudicarmi, senza pregiudizi e con imparzialità. Il risultato è stato quello delle mie attese iniziali: 6 mesi di carcere con la condizionale. Questa volta la Signoria Vostra mi ha risparmiato la pena “accessoria” (e palesemente incostituzionale) della sospensione professionale. Insomma, stesso giudice, stessa condanna, stesso contesto politico-giornalistico (la campagna elettorale del 2005 a Leinì). Il caso questa volta riguardava la frase “ha corrotto anche l’informazione, quella di serie A”: il corruttore era il solito Aldo Di Stasio, la testata corrotta il Canavese. La sedicente persona offesa il direttore del settimanale, Mauro Giubellini. “Diffamazione o critica legittima?” era chiamato a valutare il giudice Passerini. Ha valutato come ha valutato. Anche qui ricorrerò in appello, lette le motivazioni della sentenza. Per intanto faccio le mie considerazioni, cominciando col ribadire quel che scrissi nel 2005 e cioè che quel giornale in quel momento fosse palesemente schierato con Di Stasio, tanto da censurare ogni parola e ogni iniziativa delle altre due liste elettorali in campo, quella di Ivano Coral e quella di Maria Pia Lacivita.
Alla base di tutto il contratto pubblicitario (sempre lecito a condizione che non determini effetti sull’onestà di chi informa i cittadini del contesto politico-elettorale del paese) e la distribuzione di centinaia di copie del settimanale in questione. Ossia mentre tutti i candidati, com’è ovvio, distribuivano al mercato materiale di propaganda, Di Stasio vi distribuiva il materiale di propaganda più “Il Canavese” che, evidentemente, sempre di propaganda era.
Stando a molte testimonianze, poi, si aggiungono i lavori di natura propagandistica (anche solo consulenze) del corrispondente locale della testata. Ebbene, quel che successe dopo le elezioni, avvalora ancor di più la mia critica di allora: il corrispondente locale, colui che scriveva gli articoli di politica, lasciò il giornale. In merito al suo allontamento, finora, ho raccolto tre versioni diverse che espongo in ordine di attendibilità, secondo il vaglio critico che ho fatto sulle fonti. Uno: è stato licenziato proprio per via degli effetti di quella campagna elettorale (cioé il direttore l’ha epurato per salvarsi la faccia). Due: si è licenziato da solo perché gli era stato imposto un trasferimento. Cioé avrebbe dovuto accettare di non occuparsi più del paese di cui s’occupava, magari faziosamente ma con passione, da oltre dieci anni. Tre: è stato allontanato perché insieme ad un gruppetto di colleghi stava preparando una “non meglio precisata scalata” alle gerarchie di redazione. Le altre argomentazioni mi riservo di snocciolarle se il dibattito proseguirà.
Concludo con le considerazioni intorno a quelli che considero dei “non processi” a mio carico. Non c’è uno degli aspetti dei due procedimenti che io non consideri paradossale. Nella prima “condanna”, la “sentenza bavaglio” che ha per oggetto un’intervista mai smentita dell’ex sindaco Nevio Coral sull’ex assessore Di Stasio”, il Pubblico Ministero aveva chieso “appena” una sanzione ma il Giudice mi ha dato sei mesi. Altrettanti me ne ha dati nella vicenda correlata del “caso Giubellini”, impedendomi di parlare, probabilmente avendone facoltà. Forse altrettanti me ne darà, per ragioni che sarebbe superfluo analizzare, la prossima volta che mi avrà davanti come imputato. Vi dico cosa farò io. Di fronte a questo modo di amministrare la giustizia, a questo modo “da bar”, mi siederò al bancone (degli imputati), alzerò una mano e chiederò al giudice: “Il solito, grazie!”

UNA TESTIMONIANZA PREZIOSA

IL COMMENTO DEL MIO DIRETTORE

30 giugno 2008
Il commento del mio direttore
Di Liborio La Mattina da "La Voce del Canavese" del 30 giugno 2008
Libertà di stampa! C'è o non c'è?
Secondo quanto affermato da un giudice di Biella, il sindaco non sarebe più una fonte primaria di informazione. Il giornalista deve considerarlo un “pazzo” a prescindere e quindi verificare ogni parola pronunciata, facendo attenzione ai reati di ingiuria e diffamazione.
La sentenza di condanna, pronunciata la scorsa settimana contro questo giornale ha diviso, strano ma vero, i giornalisti piemontesi in due (tra favorevoli e contrari) e davvero non se ne capisce il motivo. Da un lato una piccola “correntuccia” sindacale piemontese perlopiù composta da addetti stampa vari, dalla nostra parte il presidente nazionale di categoria e, scusate se è poco, l’onorevole Giulietti dell’Italia dei Valori, fondatore di Articolo 21. In verità, su questo fronte la Corte di Cassazione si era già inequivocabilmente espressa, a sezioni unite (Cass., Sez. Un., 16 ottobre 2001, n. 37140): non tocca ai giornalisti verificare le informazioni attinte da un personaggio istituzionale, ancor meno censurarle, non foss’altro che il dibattito e la critica sono il sale della democrazia. Anzi la Cassazione dice di più: in questi casi,  il giornalista che censura viene meno ad un dovere.
Da qui la nostra indisponibilità a dibattere con i colleghi di certa concorrenza su che cosa sia una notizia o meno, peggio ancora su quale giornale fare. Ognuno si tenga il suo e se ne compiaccia.
Spiace dirlo ma se la libertà di stampa in Italia, in questo ultimo decennio, non sembra godere di buona salute, è in parte colpa di certe faide presenti all’interno “dell’Ordine dei giornalisti” e anche un po’ di alcuni magistrati, che non saranno una metastasi come sostiene Silvio Berlusconi, ma un po’ miopi certamente si. E uso la parola “miopi” con il rispetto che in democrazia si deve ad un organo senza il quale evidentemente la giustizia non esisterebbe.
Chiudo con una frase di Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, un inno per i giornalisti di questa testata che con me condividono la stessa linea editoriale.
“La libertà di stampa è una libertà di un tipo tutto particolare. Essa esiste solo se i giornali, gli organi di informazione in generale, hanno il potere, la capacità e la volontà di opporsi al potere. La libertà di stampa è dunque un potere per contrapposizione, per contrasto: se la stampa è compiacente, infatti, essa finisce molto rapidamente per non contare più nulla, per non avere più potere. Libertà di stampa vuol dire dunque, alla fine, solo e sempre libertà di criticare i poteri....”. 
30 giugno 2008
Una testimonianza preziosa
Da "La Voce del Canavese" del 30 giugno 2008
Da presunto “corrotto” a solidale
Queste sono le cose della vita che fanno piacere, perché non te le aspetti, e ti danno la voglia di continuare...
Durante la campagna elettorale di Leinì (fonte dei miei primi guai giudiziari), nel 2005, di cose “strane” ne successero parecchie. L’ultimo degli articoli per cui sono stato condannato parlava della “generosità” di un candidato miliardario, Aldo Di Stasio, ripagata oltremisura, cioé attraverso la propaganda, dai soggetti verso cui il “magnate dello zainetto” si era mostrato generoso. La frase per cui sono stato condannato era “ha corrotto anche l’informazione, quella di serie A” (riferita al settimanale “Il Canavese”). Ebbene quell’articolo, in cui si parlava di corrotti e corruttori, aveva tre protagonisti: il giornale corrotto, il Di Stasio corruttore (che, almeno questa volta, non sporse querela, dandomi da pensare che anch’egli avesse ritenuto inequivocabilmente veri i contenuti del mio fondino) e un viceparroco di Leinì. Quest’ultimo, o meglio la sua parrocchia, ricevette da Di Stasio una cospicua offerta poco prima del voto, oltre al dono di costose attrezzature informatiche per realizzare un giornale parrocchiale. Dono di Seven Industries (multinazionale del candidato) di cui il parroco scrisse, giusto sotto la testata della sua pubblicazione. Ora io ignoro perché l’abbia fatto, probabilmente per gratitudine, ma sono certo che questo, cioé la pubblicità della donazione, fosse lo scopo del donatore. Dopo il mio articolo il viceparroco in questione non ritenne di querelami. Apprendo oggi, e me ne dispiaccio, che gli fu impedito di replicare. Il mio giudizio sul suo “ruolo” nella campagna elettorale all’epoca fu impietoso. Oggi ritengo due cose: che un prete a volte si trovi a scegliere se il fine, cristiano e sociale che persegue, giustifica o no i mezzi, magari di un coinvolgimento nella sfera extrareligiosa. E credo anche un’altra cosa: che forse io enfatizzai oltremodo l’intensità di questi “mezzi”, ossia del sostegno dato al Di Stasio (Don Diego stesso, nell’intervento che segue, parla di parti opposte della barricata). Anzi, sono certo di aver esagerato almeno una volta (feci più di un articolo sul viceparroco), quando diedi molto risalto alle parole di certi fedeli, non avendo la possibilità materiale di verificare l’accaduto e ritenendo comunque che i cittadini dovessero sapere. Ora, non so se perché il suo Principale è “uno” abituato al perdono o se per la sua indiscussa onestà intellettuale, per la sua acclarata e altissima considerazione del diritto di critica come valore fondamentale della società - credo e spero più per la seconda -, don Goso ha scritto un commento sul suo blog personale (anch’esso talvolta bersaglio di molte polemiche) che credo valga la pena mostrare ai lettori. Per me, indubbiamente, rappresenta una dimostrazione di amicizia ed una ragione di stima. Che, naturalmente, non pregiudicherà il rapporto dialettico, anche di scontro, che tra di noi potrà sorgere in futuro.

Da bravo, metti il bavaglino
Di don Diego Goso, dal suo blog www.lospillo.it
Premetto. Io sono uno che si arrabbia ed esplode ma che non porta rancore.
Con il personaggio di cui vi parlo oggi mi sono arrabbiato diverse volte.
Uno dei giornali per cui scrivo mosse una querela anni fa contro di lui per le cose che scriveva contro di noi. E su di me nello specifico.
Di più mi sono arrabbiato con le persone che allora non mi permettevano di rispondergli.
Non ho rancore verso di lui e verso di loro, ora.
Semplicemente a loro non chiedo più consiglio e non rispondo più di quello che devo o meno scrivere.
Semplicemente con lui ci siamo parlati a lungo. Ci siamo conosciuti meglio. Lui ha scoperto che ogni tanto il prete lo so fare. Io ho scoperto come lui ragiona davanti ad un fatto o ad un personaggio di cui scrive e l’ho apprezzato. Sono sicuro che ci diremmo ancora di tutto se ci trovassimo dalla parte opposta della barricata, perchè amicizia a volte vuole anche dire pestarsi (anni fa non lo eravamo, amici, ora però sì ).
In ogni caso, anche davanti ad un avversario, se viene colpito oltre il dovuto, molto oltre il dovuto, la cosa non mi aggrada. Sono felice di non essere un lurido avvoltoio che gode delle difficoltà altrui. Pubblicassi gli elenchi delle persone perbene che questo invece lo fanno mi beccherei una querela da finire in prigione a vita, tanto sarebbe lungo.
E qui ho la storia di un giovane giornalista di provincia che è stato colpito da un provvedimento giudiziario unico in Italia.
La storia si chiama “Sentenza Bavaglio”.
Leggetela. Ne vale la pena.
Riguardo al mio amico non so se vale la sua di pena. Ma gli prometto che gli sono vicino, a volte è l’unica cosa che conta.
25 giugno 2008
Stillicidio che nega la libertà di stampa
Spezzare l'assedio ai giornalisti
di UNCI (Unione Nazionale Cronisti Italiani) dal sito www.articolo21.info

I giornalisti italiani devono spezzare l’assedio al quale sono sottoposti da politici, magistrati, poteri di ogni genere, accomunati dall’obiettivo di controllare l’informazione impedendo ai giornalisti di riferire la verità sostanziale dei fatti e di fornire ai cittadini una falsa visione della realtà nella quale far apparire soltanto le cose a loro favorevoli.

L’Unione Nazionale Cronisti Italiani chiederà quindi, al Consiglio nazionale della Fnsi in programma mercoledì di organizzare subito manifestazioni pubbliche in collegamento con sindacati, categorie e gruppi professionali, movimenti sociali e civili per creare una grande mobilitazione a difesa e rilancio della libertà di stampa in vista dello sciopero generale della categoria che deve essere attuato quanto prima.

Se anche un vescovo della religione cattolica, come  è accaduto ieri a Padova, si mette a cacciare dalla chiesa i cronisti  che scrivono la verità, vuol dire che la misura è colma e che proprio tutti ritengono di poter distorcere a loro favore il diritto costituzionale dei cittadini di sapere in modo tempestivo, compiuto e corretto tutto quello che accade.

A negare il diritto-dovere di cronaca ci sta, infatti, già provando pesantemente il governo con un disegno di legge che cerca di imporre un “silenzio tombale di tipo staliniano” su tutta l’attività della magistratura e le indagini giudiziarie, tanto che un cronista non potrebbe più scrivere che promotori finanziari senza scrupoli stanno truffando decine di migliaia di piccoli risparmiatori.

Pesanti limitazioni al diritto-dovere di cronaca vengono anche dalle abnormi decisioni della magistratura – da ultima quella di Biella che ha sospeso dalla professione due cronisti della Voce di Chivasso e uno de Il Corsivo di Aosta – che colpisce pesantemente i giornalisti che cercano di svolgere il loro compito professionale.

I giornalisti hanno il dovere morale di reagire a uno stillicidio di iniziative e azioni che concorrono tutte a negare la libertà di stampa e mettere l’informazione sotto tutela e di farlo subito, prima che sia troppo tardi .
25 giugno 2008
Il testo dell'interpellanza
Al Ministro della Giustizia
Interrogazione parlamentare
A risposta scritta

Per sapere
premesso che
Viene segnalato dall’Unione Nazionale Cronisti Italiani, assieme al Gruppo Cronisti Piemonte,  che colleghi del settimanale locale “La Voce del Canavese” sono stati condannati, con una decisione abnorme, sei mesi di detenzione più 6 mesi pena accessoria con sospensione dalla professione, provvedimenti sospesi con la condizionale. Il giudice Claudio Passerini del Tribunale di Biella, dopo aver ritenuto i colleghi responsabili di diffamazione ha ritenuto di applicare la pena accessoria della sospensione dalla professione.
Un provvedimento abnorme e che in questi termini non ha precedenti perché priva dei professionisti del loro ruolo e dello stipendio per una responsabilità del tutto marginale. I colleghi non sono dei criminali, ma dei giornalisti che hanno riferito in buona fede ciò che è accaduto. L’articolo 30 del codice penale fa riferimento a chi esercita una professione in base ad un’autorizzazione. Il diritto di scrivere non è dato da un’autorizzazione. E’ semmai regolamentato dall’ordine dei giornalisti di autogoverno.

La legge numero 69 del 3 febbraio 1963, che disciplina la professione giornalistica, attribuisce la possibilità di comminare la sanzione della sospensione esclusivamente al Consiglio dell’Ordine dei giornalisti, mentre spetta eventualmente alla magistratura l’interdizione dai pubblici uffici: e questa indicazione è sempre stata rispettata.
L’interpretazione data dal giudice  Passerini all’articolo 30 del Codice Penale è quindi sbagliata, fuorviante e in contrasto con  la tutela costituzionale della libertà di stampa che non  può essere oggetto di  autorizzazioni o censure.
   
Unci e Cronisti piemontesi  ribadiscono la solidarietà ai colleghi coinvolti e al loro direttore che, per protesta, ha deciso di far uscire il prossimo numero del suo settimanale con la prima pagina completamente bianca.
Se non ritenga di verificare, nel pieno rispetto dell’autonomia della Magistratura, che la richiamata sentenza non crei un serio vulnus all’articolo 21 della Costituzione del nostro Paese.
Roma 25 giugno 2008                                                                                       On. Giuseppe Giulietti
 
25 giugno 2008
La sentenza bavaglio arriva in parlamento
Giulietti (Idv) presenta un'interrogazione:
"Verificare che la  sentenza non crei un
serio vulnus all’articolo 21 della Costituzione"

E' stata presentata dal parlamentare Giuseppe Giulietti (Italia dei Valori), un'interrogazione rivolta al Ministro della Giustiza (a risposta scritta) intorno alla "sentenza bavaglio" emessa dal tribunale di Biella e su cui, in questi giorni, si sta molto dibattendo.

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25 giugno 2008
Ma se un giudice inibisce la professione, dobbiamo protestare
di Vera Schiavazzi* (dal sito autonomia e solidarietà)
La vicenda della sanzione accessoria con la quale un giudice di Biella ha sospeso dalla professione due colleghi della “Nuova Voce” condannati in primo grado per diffamazione rischia di trasformarsi per la nostra categoria in una ragione di divisioni e di debolezza anziché in un’occasione per riflettere e eventualmente per contrastare une tendenza che – se condivisa da altri magistrati – potrebbe minare alla radice la natura stessa del nostro Ordine.

A me pare che il problema non sia, in questo caso, quello di entrare nel merito di ciò che i colleghi hanno scritto, ricevendo così una querela per diffamazione e una prima condanna. Si tratta di un caso del tutto tipico, con un politico che ne attacca un altro e un giornalista che riporta le sue parole, e poco importa – in questo contesto – sapere se e quanto sia stato imprudente ospitare quelle parole. Il reato di diffamazione esiste, né chiediamo di abolirlo, e un giudice ha stabilito che in questo caso il querelante avesse ragione e dovesse essere tutelato. Il resto si vedrà nei successivi gradi di giudizio, e francamente non mi pare si tratti di un caso che in sé debba appassionare l’intera categoria né servire da punto di partenza per un pur meritevole dibattito sul rapporto tra libertà di stampa, tutela dei diritti di cittadini e lettori e livello di credibilità e di forza del giornalismo italiano più in generale. Accade ben altro, tutti i giorni, con poteri dello Stato che si attaccano tra loro o giornalisti che accusano altri giornalisti di fatti infamanti: se vogliamo aprire il dibattito, la materia non ci manca.

Il problema che la sentenza di Biella – così come quelle analoghe che l’hanno preceduta, anche a Torino – ci pone è un altro, più circoscritto e puntuale: dobbiamo o non dobbiamo protestare quando un giudice, in un caso ‘semplice’ di diffamazione, decide di inibire dalla professione i colleghi condannati? La mia opinione è che dobbiamo protestare, civilmente ma fermamente, rivendicando la competenza primaria del nostro Ordine a decidere su chi debba essere sospeso dalla professione. Dobbiamo dire a voce alta che questa è una nostra prerogativa, e che sarà ed è un problema nostro – poi – discutere sul livello di rapidità, di efficienza e di correttezza con cui i nostri organismi saranno (sono) in grado di esercitare le loro funzioni. E se è vero – come scrive ad esempio Stefano Tallia – che la nostra professione e la nostra categoria non godono in questa fase storica di un’immagine forte e credibile in Italia, mi pare invece eccessivo sostenere che il giudice di Biella abbia col suo gesto voluto sollevare questo problema. Diciamo che la nostra categoria ha i suoi problemi (ne ha molti del resto anche la stessa magistratura), e che deve continuare ad affrontarli al suo interno, il che non significa essere omertosi, corporativi o rifiutare il confronto ma neppure rinunciare alla propria autonomia.

Un’ultima osservazione: è triste che prevalga – come appare in questi giorni in talune opinioni su questa faccenda – una logica amico-nemico. Personalmente, sono ‘amica’ di più di uno dei colleghi che si sono pronunciati in queste ore, anche in contrapposizione tra loro, ma non mi interessa in questo contesto conoscere le loro opinioni politiche o sindacali e neppure, entro certi limiti, le loro gesta professionali: direi le stesse cose se il fatto fosse avvenuto a Mondovì o a Grugliasco, se il politico intervistato fosse stato di destra o di sinistra e quello diffamato di centro o ambientalista. Se anche noi, qui in Piemonte, ci facciamo contagiare dalla balcanizzazione così in voga nel resto d’Italia e da logiche di schieramento che non dovrebbero avere nulla a che fare con gli organismi della categoria, tanto vale chiuderli.
* giornalista del Corriere della Sera

Altre opinioni, alcune si segno opposto, sono disponibili su http://www.autonomiasolidarieta.it/
24 giugno 2008
Il carteggio tra me e Carli
Mi scrive Carli
Gentile Valentino,
Mi dispiace che lei abbia inteso la mia riflessione come un attacco personale; quanto al non averla inclusa nell'elenco dei destinatari, non era per volontà di nascondere qualcosa (non avrei mandato una decina di mail) ma perché i destinatari sono quelli con cui abitualmente rifletto sulla professione. E questo caso mi sembra meritevole di riflessione.
Ad ogni modo, le allego per conoscenza la mail che ho inviato ieri ai colleghi. Con un paio di precisazioni: con "il nostro eroe" intendevo Travaglio (giornalista che stimo molto); le sottolineature sull'articolo non sono mie, come precisavo nella mail (non ho altre copie, quindi ho allegato quella); non intendo presentare una proposta di legge, cosa per la quale non sono preparato, ma solo porre l'accento su un problema.
Infine no, non credo affatto che le sia "andata bene": ha preso sei mesi di carcere, è una condanna enorme e sulla cui gravità, mi pare, val la pena di spendere due parole (ben più che sulla sospensione dalla professione). Il punto è che con quello che scriviamo possiamo fare danni enormi, è necessario averne coscienza.

Daniele Carli

Gli rispondo io
La ringrazio sia per l’email, che provvederò quanto prima a pubblicare. Ed anche per le precisazioni che, se lei acconsente, pubblicherò altresì. Quanto alla gravità della condanna, io ritengo invece che sia grave la pena accessoria ed infatti su quella ho voluto riflettere visto che essa non riguarda solo me, ma la categoria. Naturalmente concordo anch’io con lei, nel merito, che sei mesi di carcere siano eccessivi. A più forte ragione se, com’è avvenuto, il Pm chiede l’archiviazione in sede di udienza preliminare e “appena” una sanzione pecuniaria al processo. Infine io credo che valga la pena di fare alcune riflessioni sulla diffamazione a mezzo stampa, in particolare sulla giurisprudenza finora prodotta in merito. Le assicuro che avrei tante cose interessanti da dire, sia dal punto di vista giuridico che costituzionale, che professionale. Possiamo fare danni enormi, è vero, ma credo che i danni alla società talvolta i giornalisti li possano fare, e maggiori, con l’omissione di notizie. A disposizione sua e dei colleghi per eventuali dibatti sul tema. Se crede, pubbicherei, giacché siamo qui a riflettere, questo breve carteggio sul mio blog.
24 giugno 2008
La lettera di Daniele Carli
Così riflette il direttore del Risveglio
Si è animato, tra i colleghi dei giornali locali, un dibattito sul recentissimo "caso" dei giornalisti di una testata locale di Chivasso condannati a sei mesi di carcere per diffamazione e alla sospensione per altrettanti mesi dall'esercizio della professione.
Ve ne faccio partecipi per i ruoli che rivestite presso Ordine e Subalpina e per lo scambio di opinioni che abitualmente ci lega nel corso dei nostri incontri all'Ordine e in Subalpina.

Spero di riuscire a ragionare sgombrando il tavolo dai precedenti (feci un esposto all'Ordine riguardante Bardesono, uno dei due giornalisti interessati, alcuni anni fa), perché non è una questione personale, quella che mi preme.
Vediamo se riesco a spiegarmi.

Nei giorni scorsi, il Tribunale di Biella ha inflitto in primo grado a Michele Valentino (per aver firmato il pezzo) ed a Marco Bardesono (come direttore) 6 mesi di carcere e 6 mesi di sospensione per diffamazione. Vi allego l'articolo oggetto del provvedimento, uscito due settimane prima delle elezioni comunali (il querelante era candidato a sindaco; l'intervistato è sindaco uscente e padre del candidato concorrente. Le sottolineature non sono mie, non fateci caso).
Tre i punti su cui si è aperta la discussione.
1) Se un giornalista scrive quanto affermato dal sindaco uscente su un suo assessore, risponde di quelle affermazioni?
2) Se un giornalista denuncia fatti con rilevanza penale, l'attenzione del giudice va al dito (il giornalista) o alla luna (il fatto reso pubblico)? Su questo punto ragiona, dopo la condanna, l'estensore dell'articolo nel suo blog (http://michelevalentino.ilcannocchiale.it/ nel pezzo intitolato "Se il giudice non si limita a condannarti ma ti dice che non puoi più scrivere...")
3) Il Magistrato ha sicuramente la titolarità del giudizio sul reato di diffamazione. Ce l'ha anche sulla sanzione disciplinare? Può sospendere il giornalista dalla professione?

1) Sul primo punto, è necessario leggersi l'articolo (lo allego) prima di dare una risposta.
Indubbiamente, un sindaco che dice che il suo assessore ha chiesto e ottenuto favori personali dalla Giunta, è una notizia. Ora, le norme deontologiche e una quantità di giurisprudenza cercano di chiarire qual è il modo in cui trattare le affermazioni raccolte nel corso di un'intervista; altro ancora ci suggerisce l'indicazione, mai abbastanza ascoltata -ed è un a critica che purtroppo devo rivolgermi spesso anche da solo- sul rigoroso controllo della notizia.
Non so se nel caso specifico l'ìntervistato riconoscerà come sue quelle frasi (il suo processo, non avendo beneficiato del rito abbreviato, deve ancora aprirsi); leggendo noto però che -imprudenza? entusiasmo di fronte allo "scoop"?- il giornalista ha portato fuori dal virgolettato la maggior parte delle notizie. Se le cose le afferma lui, gli verrà probabilmente chiesto di dimostrarle.
2) Ignoro se il controllo di quelle notizie sia stato fatto e in che modo. Se Valentino avesse le carte che dimostrano quanto pubblicato, la sua difesa sarebbe doverosa: diverrebbe la difesa di un mestiere intero. Se non le avesse, varrebbe invece la pena riflettere sul lavoro che facciamo quando pubblichiamo delle notizie raccolte da terzi e non verificate. Si sta diffondendo (anche nel mio giornale) il mito dei giornalisti "alla Travaglio", che però del nostro eroe dimenticano il fondamentale e minuzioso lavoro di documentazione svolto prima di scrivere qualsiasi cosa; è una deriva preoccupante.
3) Non è questo il primo caso in cui un Magistrato aggiunge alla pena una sanzione disciplinare. Ne cito qui due che ho trovato cercando velocemente su Google:
http://www.giornalismoitalia.it/vedi_articolo.php?id=3117
http://www.canisciolti.info/articoli_dettaglio.php?id=699 (Vedi le ultime righe)
Lo stesso disegno di legge giacente al Parlamento per riformare il reato di diffamazione prevede l'eliminazione della pena detentiva e l'ìntroduzione della sospensione dalla professione, in caso di recidiva, da 1 a 6 mesi.
L'Ordine fa bene ad avocare la titolarità del controllo disciplinare e dell'irrogazione delle relative sanzioni, ma -qui è il punto- è una funzione che può e vuole davvero esercitare? Se così non fosse, il lamento dell'OdG sarebbe la difesa di una categoria per principio: una funzione esercitata non in favore dei cittadini, controllando l'enorme potere che abbiamo di "sputtanare" la gente, ma contro di loro.
In sostanza, io credo che darebbe maggior forza alla battaglia dell'OdG l'apertura di un procedimento su questo caso per valutare, nel merito, se quell'articolo merita il premio Saint Vincent o invece una sanzione. (Quel che di sicuro non merita, è di passare inosservato. Lo dico senza ironie).

Ora, questa mia ultima richiesta si scontra con un problema nuovo. Secondo la legge 69/1963 (art. 58), "L'azione disciplinare si prescrive entro cinque anni dal fatto. Nel caso che per il fatto sia stato promosso procedimento penale, il termine suddetto decorre dal giorno in cui è divenuta irrevocabile la sentenza di condanna o di proscioglimento".
L'Ordine, pur ritenendo che non sia del Magistrato il compito dell'eventuale sanzione disciplinare, non può valutare il caso e dire cosa ne pensa. Ma avrà senso una risposta tra 5 anni? Che significato ha una giustizia disciplinare che non può essere esercitata? Riuscirebbe ancora a regolamentare il lavoro di una categoria ed a difendere i cittadini dagli eventuali errori o abusi dei suoi iscritti?
Non ha ragione in questo senso il Magistrato, quando implicitamente dice (parto dal presupposto tutto teorico e indimostrato che abbia ragione nel merito, non avendo letto gli atti) "Li sospendo io, per intanto, che voi non potete. E così impedisco il reiterarsi possibile del reato"?
Una coincidenza aiuta questo ragionamento: per il secondo dei due condannati, il provvedimento si aggiunge -per quanto mi risulta- quantomeno ad una analoga condanna, sempre in primo grado (sette mesi di carcere), per l'accostamento di una ragazza di paese che non cercava pubblicità a voci di attività sessuali con uomini sposati. E ad una condanna (questa definitiva, dell'ottobre 2003, quindi quasi prescritta anche disciplinarmente) per truffa e falso nell'ambito di una vicenda editoriale.
Chi la difende, quella ragazza, se l'OdG, un anno dopo i fatti, non ha ancora neppure aperto un procedimento, in attesa dell'Appello?
Daniele Carli
24 giugno 2008
Impazza il dibattito sulla "sentenza bavaglio"
Considerazioni intorno al prezioso
contributo di Daniele Carli,
direttore di un giornale concorrente


Pubblico, per conoscenza di quanti si sono interessati al caso, la lettera di risposta che ho inviato ad alcuni colleghi, esponenti dell'Ordine dei giornalisti e della Stampa Subalpina (associazione sindacale piemontese) in risposta ad una precedente email di un collega della concorrenza. Collega che pregherei, se ritiene, di inviarmi una copia da pubblicare su questo blog giusto a beneficio di un sano contradditorio.

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23 giugno 2008
Solidarietà di Localport
Bona: "Spezzare la penna è abnorme"
Localport e “La Voce” hanno due stili molto differenti, per non dire opposti. La nostra cronaca punta a essere posata, basata sulla moderazione. Per contro i colleghi del settimanale chivassese puntano molto sulla provocazione e sulla notizia “a effetto”.

Il pensare la cronaca in maniera differente non ci impedisce però di rispettarci vicendevolmente, di collaborare quando se ne presenta l’occasione e di essere amici, oltre che colleghi.

Per questo voglio pubblicamente esternare la mia solidarietà a Michele Valentino e al suo ex direttore, convinto che la libertà di stampa è un diritto inviolabile. Può starci una querela, così come qualche “querelle”, ma trasformare un cronista in un criminale, spezzandogli oltretutto la penna che ha in mano, è davvero “abnorme” come hanno scritto i colleghi dell’Unci.

Confido anche io nel secondo grado di giudizio, auspicando che giustizia possa essere davvero fatta, altrimenti si creerebbe un precedente pericoloso per tutti noi.


Federico Bona

Direttore responsabile Localport
21 giugno 2008
L'Unci: da libro degli "orrori" dei Magistrati
La voce di Chivasso: la sospensione e’ abnorme
L’Unione Nazionale Cronisti Italiani, assieme al Gruppo Cronisti Piemonte, è solidale con i colleghi del settimanale locale “La Voce di Chivasso” condannati, con una decisione abnorme, alla sospensione di sei mesi dalla professione.

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21 giugno 2008
L'intervista a Rete Canavese





permalink | inviato da dapeco il 21/6/2008 alle 13:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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